Gustave Dorè. “Milton Paradise Lost” (1866) |
Ultimamente mi capita di camminare per ore, senza una meta precisa, nei
pressi della stazione centrale, non solo per un bisogno fisico di non perdere
il mio passo veloce, ma anche per schiarire la mente.
Ciò che a volte mi sfugge di mano è la mia empatia. Mi spiego.
Io sono stato sempre molto sensibile, si potrebbe dire empaticamente
iper-sensibile, con la capacità di assorbire le emozioni di chi mi sta davanti
e parla con me.
Fin qui niente di strano. Capita però, a volte, di diventare una spugna
capace di assorbire le pene di tutti quanti quelli che incontro.
Camminando tra le vie della stazione, sotto i portici, non riuscivo ad
evitare il peso delle pene delle persone che attraversavo.
Lo so che sembra senza senso. Ma è ciò che provo.
Camminavo a testa bassa e la mia anima raccoglieva come un setaccio
tutto il dolore e le pene degli altri, senza volerlo.
Non è per niente piacevole, e mi ci vuole del tempo per liberarmene.
Di certo non aiuta il periodo che stiamo noi tutti attraversando.
È difficile vedere la luce nella notte che pesa su di noi, e anche ciò
che si legge e le notizie che si susseguono non aiuta a rendere le nostre menti
più stabili e leggere.
È di pochi giorni la notizia sul Piano pandemico 2021-23, una bozza
informale diffusa dal Ministero della Salute che affronta anche la questione
degli aspetti etici legati alla minaccia pandemica.
Gli operatori sanitari sono “sempre obbligati, anche durante la crisi,
a fornire le cure migliori, più appropriate, ragionevolmente possibili.
Tuttavia, quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle
necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in
modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che
hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”.
Una questione etica che non è facile da mettere in pratica.
E che mi ha fatto pensare. Così, camminando.
Ovviamente con la scarsità di posti nelle terapie intensive occorre
fare delle scelte: meglio dare la precedenza a chi è, magari, più giovane e con
più possibilità di sopravvivere rispetto a chi è più grave e anziano.
La salvezza diventa un “fattore biologico”, direbbe Umberto Galimberti,
che fu tra gli autori che lessi di più durante la mia tesi di laurea.
L'essere umano ridotto a “corpo”. Allora mi ha attraversato la mente:
ma è così certo questo criterio di scelta? E se a salvarsi è il meno grave uomo
che è in realtà uno psicopatico che ucciderà la propria famiglia appena tornato
a casa, e si lascia morire l'anziano e grave artista che ha nel cassetto, non
concluso, uno dei più grandi poemi della letteratura mondiale?
La questione etica è per i dottori ma non tocca minimamente chi è malato.
È completamente messa da parte la questione etica di chi si sta
scegliendo di salvare o lasciar morire. Chi sono queste persone che sono
sorteggiate dalla falce della medicina?
Si legge in fligrana il tema roboante del Bene e del Male.
È pensando a questo che, camminando, mi è tornata alla mente la storia
di Iblis. O dell'origine del male, si potrebbe dire.
Una delle storie più struggenti quando si legge il Corano e si studia
l'Islam.
Premetto, con estremo vigore, che io non sono assolutamente un sapiente,
un ustadz.
Sono solo una persona molto curiosa. Che non riesce a dare per scontato
senza prima leggere e provare a capire.
Specifico questo perché so che scrivere di materie religiose è molto
pericoloso, può scaldare gli animi e lasciare intendere cose errate su di me.
In questi giorni in cui ho chiesto molto, sul tema, ai miei amici
mussulmani, spesso ho avverito timore e anche nervosismo.
Non è mia intenzione riscrivere ciò che è dato per assodato da
millenni, ma io penso non ci siano limiti in ciò che uno pensa e scrive. Con
rispetto.
Non è che se io scrivo di induismo divento induista, né tantomeno se
scrivo di Iblis o Satana divento seguace del male.
Io sono molto curioso e affamato di storie, di altre culture e modi di
pensare e vivere la fede. Questo è stato il mio arricchimento negli anni, e
sempre lo sarà.
Io osservo.
Soprattutto non credo che nella nostra esistenza ci sia niente che
possa definirsi in modo radicale o bianco o nero.
La Fotografia mi ha insegnato questo. L'esposimetro insegna questo.
Perciò mi ha sempre affascinato, tra tutte le storie narrate nel Corano
la storia di Iblis.
Magari non tutti ne sono a conoscenza; e comunque non si può
prescindere da ciò che uno conosce in quanto cristiano da ciò che è materia
islamica.
La radice è la stessa ma le differenze sono assai.
Prima tra tutte che nell'Islam non esiste nessuna iconografia, perciò
noi sappiamo ciò che è detto, ma non ha una forma definita come nella
tradizione cristiana. Non è una questione da poco quando si vuole capire che
immagine dare a ciò che leggiamo.
“Iblis e gli altri jiin”. 14th century manuscript Kitab al-Bulhan” |
Non sarà semplice districarsi in questa fitta vegetazione di
discendenze e tipologie. Né vorrei dilungarmi troppo sugli aspetti teorici.
Va detto subito che nell'Islam esistono tre categorie con differenti
origini:
Gli angeli, creati dalla luce,
I Jiin, creati dal fuoco senza fumo,
Gli esseri umani creati dalla terra.
Credere negli angeli è il secondo dei Sei Pilastri della Fede Islamica.
Che gli esseri umani siano stati creati dalla terra è credo comune alle
religione monoteiste.
I Jiin sono ciò che mi interessa, perché relativi a Iblis.
A loro è dedicata una sura, la numero 72, “Aljinn”.
Così li descrive Gebriele Mendel, negli apparati di commento alla sua bellissima traduzione in italiano del Corano:
“I jiin snono spiriti, spiritelli, demoni. In qualsiasi cultura, per
qualsiasi religione, in ogni tempo e luogo gran parte dell'umanità ha creduto
nell'esistenza degli spiriti, benigni o maligni che fossero. Una delle più
antiche religioni, lo zoroastrismo, attribuisce la loro creazione ad Ahriman,
il signore del Male. […] C'erano poi anche i jiin dei deserti, dei luoghi
disabitati, delle rovine, degli antichi campi di battaglia, dei patiboli e
delle notti stellate. Per l'Islam essi sono stati creati di fuoco senza fumo. Naturalmente
sono noti precipuamente nei racconti del folclore popolare, soprattutto laddove
si abbondonano alla magia. [...] Resta il fatto che le due ultime sure del
Corano vengono pronunciate appunto per salvaguardarsi dalle cattiverie dei jiin
malvagi. Da non confondere tuttavia con i demoni, gli Shayatin.”
Ci sono diverse interpetazioni di Iblis. La principale vuole che sia
stato un jiin. Altri pensano sia stato un angelo.
Nella tradizione islamica, Iblis è spesso identificato con ash-Shaitan
(“il diavolo”), spesso conosciuto con l'epiteto ar-Rajīm (arabo: ٱلرَّجِيْم, letteralmente “il
maledetto”). Tuttavia, mentre Shaitan è usato esclusivamente per una forza
malvagia, Iblis stesso ha un ruolo più ambivalente nelle tradizioni islamiche,
ma questo lo vedremo dopo.
Il termine Iblīs (arabo: إِبْلِيس) potrebbe essere stato derivato dalla radice verbale araba bls
ب-ل-س (con l'ampio significato di
“rimanere nel dolore”) o بَلَسَ (balasa,
“disperò”). Inoltre, il nome è correlato a talbis che significa
confusione. Un'altra possibilità è che derivi dal greco antico διάβολος
(diábolos), tramite un intermediario siriaco, che è anche la fonte della parola
inglese “devil”: diábolos significa
“dividere”.
Iblis è menzionato undici volte nel Corano, di cui nove relativamente
alla sua disobbedienza. E qui arriva la sua storia.
È raccontata nella settima sura “Al A'Raf” (I Muraglioni; I Limbi) dai
versi 11 al 27 e nella sura “Ta Ha”, la numero 72, dai versi 116 al 121.
Ovvero quando Dio creò Adamo, ordinando a tutti gli angeli di
inchinarsi davanti alla nuova creazione. Ognuno di loro obbedì inchinandosi,
solamente Iblis si rifiutò, sostenendo che poiché egli stesso fu creato dal
fuoco fosse superiore agli umani, creati dal fango argilloso, e che non si
sarebbe mai prostrato davanti ad Adamo.
Come punizione per la sua superbia, Dio bandì Iblis dal cielo e lo
condannò all'inferno. Fu allora che Iblis chiese come ultimo desiderio di avere
una proroga dall'inferno fino al Giorno del Giudizio, affinché potesse traviare
con le sue astuzie il maggior numero possibile di esseri umani, e Dio
acconsentì, maledicendolo.
Storia che tutti conosciamo, perché è in ogni narrazione telogica.
Anche se non manca la confusione di “genere” – verrebbe da dire – tra
Iblis e Satana. Come accade in molta letteratura occidentale che ha cantato
questa vicenda, che ha il suo apice di fama e bellezza nel poema epico
“Paradiso Perduto” di John Milton del 1667, che fa di Satana l'eroe ribelle che
lotta per i propri principi offesi da Dio, mutando dall'angelo Lucifero (che è
“colui che porta la Luce”) a Satana e infine ad un serpente.
Gustave Dorè. “Milton Paradise Lost” (1866) |
Prima dello svolgersi di questi fatti Iblis non era affatto male, anzi.
In alcune tradizioni scolastiche islamiche Iblis, prima che fosse
cacciato dal paradiso era conosciuto come Azazil, ovvero come un arcangelo, il
leader e l'insegnante degli altri angeli e uno dei custodi del paradiso,
anzi era il più vicino al Trono di Dio che
gli diede autorità sui cieli inferiori e sulla terra.
Iblis è anche considerato il capo di quegli angeli che hanno combattuto
i jinn terreni – guidando a capo del suo esercito spinse i jinn fino ai confini
del mondo, il Monte Qaf.
D'altro canto, Iblis è comunemente considerato uno dei jinn, che visse
sulla terra durante la battaglia degli angeli, dai quali fu fatto prigioniero,
con altri jiin, e portato in paradiso. Poiché, a differenza degli altri, Iblis
era pio, gli angeli furono impressionati dalla sua nobiltà ed egli fu
autorizzato a unirsi alla compagnia degli angeli ed elevato al loro rango.
Tuttavia, sebbene avesse l'aspetto esteriore di un angelo, rimaneva
essenzialmente un jinn, quindi era ancora in possesso della sua facoltà di
scegliere quando gli angeli e Iblis ricevettero l'ordine di prostrarsi davanti
ad Adamo. Iblis, abusando del suo libero arbitrio, disobbedì al comando di Dio.
Ciò che si sviluppa da questa vicenda è veramente difficile da
riassumere, come districarsi dentro una foresta di mangrovie.
Perchè la discendenza del male muta continuamente forma nel Corano, e
nonostante Iblis e Satana si alternino nei versi, non sono un unico soggetto
come in altre tradizioni religiose.
Così come nella suddetta sura “Ta Ha”, al verso 116 Iblis si rifiuta di
prostrarsi davanti ad Adamo ma al verso 120 è già Satana che sussurra
all'orecchio di Adamo tentandolo verso l'albero dell'immortalità.
Anche per me non è stato per niente facile capirne la ramificazioni.
Iblis è visto come colui che ha disobbedito, generando dei gruppi
divisi in jiin e Satana, quest'ultimo cosiderato da molti anche come sifat
(“attributo divino, qualità”), o “comportamento malefico”. Mentre i jiin
possono anche essere mussulmani e buoni, solo coloro che seguono Satana sono i
più malefici, sono centinaia di milioni, ognuno con un nome ed un compito
specifico, da quelli che disturbano le donne o coloro che pregano, fino a
quelli che proteggono l'inferno.
Anche in questo caso la radice del nome aiuta a capire che cosa si
intende:
shayatin significa demoni che è il plurale di shaytan,
demone – il Maligno – di origine ebraica, ma che ha anche radice per istashata
che significa bruciare, andare su tutte le furie; questa sua ambiguità legata
alla grammatica del nome rende la comprensione, da una parte più complicata ma
da un altro verso anche più afferrabile (se si mantiene uno sguardo alla
versione in arabo), perché al singolare è Satana e al plurale senza articolo – shayatin
al'ins – designa sia i demoni sia gli esseri umani che agiscono
diabolicamente.
Quindi Satana è la forza malvagia che corrompe gli uomini mentre Iblis
mantiene il suo ruolo sfuggente e ambivalente, di jiin e di colui che ha
disobbedito.
Nelle letture di scuola sufista ci sono interpretazioni di questa
storia più comprensive di Iblis. È scontato che nessuno mai lo ha giustificato,
né tantomeno esaltato come in molta letteratura romantica in Occidente.
Però è vero che i sufisti hanno sempre
considerato Muhammed (SWS) e Iblis come i due veri monoteisti, e nel suo
rifiuto di inchinarsi davanti ad Adamo la sua totale devozione a Dio, Unico e
Solo Amato, preferendo la punizione dell'inferno come segno estremo di amore
non corrisposto, piuttosto che postrarsi davanto a qualcuno che non fosse Dio.
il mio cuore era il nido della fenice d'amore.
…
Sulla mia via di soppiatto Egli pose una trappola densa d'inganno,
e tra quegli ingranaggi fu Adamo il granello dell'esca.
Voleva fare a me giungere un segno di grande ripulsa:
fece quello che volle, un Adamo di terra e pretesto.
Ero maestro degli angeli in cielo, ed in cielo
speranza eterna di cosa eterna nutrivo.
Mille e mill'anni ho vissuto nell'obbedienza di Lui,
e in fedeltà mille e mille forzieri Gli ho porto ricolmi.
…
Adamo è terra, ed io luce, la Sua Luce pura.
Credevo d'essere l'unico, un altro era l'unico: Lui.
Del mio non prosternarmi m'han mosso rimprovero i santi:
quell'atto, se da me compiuto, m'avrebbe disgiunto da Lui.”
Così poeticamente scriveva in “Il Pianto di
Lucifero” Hakim Abul-Majd Majdūd ibn Ādam Sanā'ī Ghaznavi, più comunemente noto
come Sanai, poeta persiano di Ghazni
nato nel 1080 e morto tra il 1131 e il 1141.
Delle molte storie e versioni che ho trovato questa
poesia è una tra le più belle per cercare di capire l'origine di questa
terribile vicenda.
In un'altra famosa narrazione, raccontata da Mansur al-Hallaj, Ruzbihan
Baqli e Abū Ḥāmid Ghazzali, Mosè e Iblis si incontrano sulle pendici del Sinai,
e Mosè chiede a Iblis perché ha rifiutato l'ordine di Dio. Iblis rispose che il
comando era in realtà un test. Allora Mosè gli replicò che in questo modo fu
punito trasformandosi da angelo in diavolo e allora Iblis rispose che la sua
forma era solo temporanea e il suo amore verso Dio rimaneva lo stesso.
Non tutti i sufisti concordano con questa lettura, Rumi – che è di
certo tra i più famosi – condanna senza esitazione l'arroganza di Iblis, come
tra i più grandi peccatori.
Però questa idea dell'ordine di Dio come test riflette una preoccupazione sollevata da molti teologi occidentali: se Dio dà cose buone a coloro che gli obbediscono, qualcuno potrebbe obbedire a Dio solo per ottenerle e non per sincero amore di Dio. Farid ad-Din Attar, altro famoso poeta persiano di fine XII e inizio del XIII secolo, descrisse questa preoccupazione con un'analogia:
“Se distingui tra una gemma e una pietra ricevuta dal Re, non sei un uomo del sentiero! Se sei soddisfatto della gemma e deluso da una pietra, allora non sei interessato al Re.” (Nurbakhsh, 39)
Farid ad-Din Attar ha usato questa analogia per descrivere la prova di
Dio dell'amore di Iblis: Iblis ha dovuto scegliere tra rimanere fedele a Dio
(il Re) mentre soffriva la maledizione della disobbedienza (la pietra) e
ripudiare Dio adorando Adamo mentre riceveva la ricompense per la sua obbedienza (la gemma).
In questo senso la fede – monoteista – di Iblis è incrollabile e
incorrutubile davanti a Dio stesso: O Signore, non ti adoro per amor di
misericordia; non esiste nessuna condizione per la mia devozione. Io accetterò
qualsiasi cosa tu decida per me. Anche la maledizione e l'inferno.
Queste sembrano essere le parole di Iblis, in questa lettura non certo
legata all'ortodossia dell'intrepretazione islamica, bensì maggiormante
centrata sul sostrato emotivo di Iblis.
Egli rimane per tutti e per sempre colui che disobbedì a Dio.
Molti leggono in Iblis lo strumento dell'ira di Dio, che lo usa come
punizione nei confronti della razza umana che ha già disubbidito con Adamo,
appena creato; e che, a conclusione del Giorno del Giudizio, potrà tornare ad
essere tra i suoi angeli più amati.
“Iblis e gli altri jiin”. 14th century manuscript Kitab al-Bulhan” |
Io non so se questo sia vero. Come ho già detto all'inizio ognuno deve scrivere di ciò che sa. Quello che mi premeva qui era riflettere sull'ambiguità di ciò che chiamiamo bene e male.
Per rimandare, un'ultima volta, all'etimologia, la stessa parola Jiin,
la razza di Iblis, ha un'ampia sfumatura che è nel suo radicale J-N-N
che evoca l'idea dell'oscurità, di velo e cosa nascosta.
Come spiega bene sempre Mendel:
“Il verbo di prima forma, janna, significa velare, nascondere,
proteggere; di seconda forma, jannana: rendere pazzo, far adirare.[...]
Ma dallo stesso radicale viene Jannat, il Paradiso. Il participio
passivo (majnun, preso dai demoni) significa pazzo, mentre janin
è l'embrione, il feto.”
Le parole sono sempre una chiave per comprendere.
Mi viene in mente un'analogia. Quella di una classe, in cui tra tutti
gli studenti vi è uno tra i più talentuosi, con una folgorante ammirazione per
il proprio insegnante. Anno dopo anno, con i voti che diventano sempre più
alti, con il sapere che riempie il suo cuore e l'intelletto così come
l'orgoglio di essere il prediletto, colui che spicca nella classe intera che
brama lo stesso amore dal sommo insegnante. Poi un giorno quello stesso maestro
apre la porta e fa entrare un nuovo studente, più piccolo, goffo, mai visto,
senza la cultura e la devozione dello studente prediletto.
E lui si accorge che tutto l'amore che prima l'insegnate rivolgeva a
lui, adesso è solo per il nuovo studente sconosciuto. Anzi, lo stesso
insegnante ordina a tutta la classe di amarlo e inchinarsi a lui.
Sfido chiunque di voi, ma solo se estremamente sinceri, a non provare
rabbia e delusione. Sentire tutto l'amore e l'ammirazione dentro di voi marcire
in un'istante e diventare odio.
Niente più delle delusioni di amore corrodono il cuore e accecano
l'intelletto.
Se questa nostra ribellione è vista solamente come orgoglio e
presunzione e non come amore ferito allora tanto vale abbandonare la classe.
Questa mia è semplicemente una riflessione su quanto sia sfuggente la
definizione di ciò che chiamiamo bene e male. Troppo facile additare qualcuno,
incolparlo senza provare a capire che, in fondo, questi sentimenti sono anche i
nostri, ogni giorno.
Certamente ci sarà chi, come un serpente che si morde la coda, salterà
in piedi affermando a voce alta che Iblis era un angelo, non certo un semplice
essere umano, e proprio perché lui era il prediletto doveva obbedire. E chi,
ancora, dirà che provare quei sentimenti di orgoglio, presunzione,
disobbedienza, sono proprio il lavoro di Iblis qui sulla terra, tra di noi.
Quasi a scaricare di nuovo la colpa su di lui.
Io non me la sento di incolpare le persone così velocemente. Sono
troppo consapevole di come l'essere umano sia come i jiin: follia e paradiso.
Le zone oscure dell'anima non potrannno mai essere estirpate.
E forse è proprio questo che ci rende umani.
Iblis è più vicino a noi che non gli angeli. La sua follia di amore
verso l'unico Dio lo ha condannato a trascorrere tutta la sua esistenza immerso
nelle nostre viltà, ipocrisie, cattiverie.
Questo a volte provo camminando da solo, tra la folla di persone
sconociute. I loro dolori, le tristezze, le zone d'ombra. E le assorbo come una
spugna. Tutto ciò che non entra neanche lontanamente nella scelta che si fa
negli ospedali, su chi salvare, a chi dare la precedenza.
Siamo solo corpi, involucri biologici.
Sarà stato veramente una prova per Iblis?
Sto qui e mi chiedo se c'è ancora in Dio dell'amore per il suo angelo
prediletto.
Se tutti noi abbiamo ancora una possibilità.
“Il Corano”, traduzione e apparati critici di Gabriele Mendel (UTET, 2006)
“Poeti dell'Islam” (Sellerio Editore, 2004)
“I Mistici dell'Islam – Antologia del sufismo” a cura di Eva de Vitray-Meyerovitch (Guanda, 1991)
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